sabato 27 agosto 2016

IL SOGGIORNO- PARTE PRIMA - Vacanze 2016 - diario di viaggio - tappa 2/3

Siamo arrivati. Il mare luccica, come quello delle canzoni. Il cielo è talmente limpido che fa quasi male agli occhi. L’aria è densa di odori buoni e tutti i problemi sembrano nascosti in sacche invisibili alle nostre spalle. Senj è attraversato dai turisti e dai gabbiani. C’è vita ovunque. Ci fermiamo per fare la spesa, l’esperto camperista individua un posticino lato strada dove parcheggiare.
«C’è una catena, secondo me è un passaggio.»
«Naaaaaa…»
«Secondo me è rischioso.» Rincaro.
«Figuriamoci! Me ne sbatto.» Detto questo si fionda nel supermercato Konzum e fa incetta di maionese. Al suo ritorno lo aspetta una multa da 400 Kune. Non basta per spegnergli il sorriso ma è sufficiente per alimentare la mia nausea (12 tubetti di maionese?).
Il campeggio è pieno, il 14 agosto è un giorno difficile: il primo di vacanza per molti, il penultimo per altri. È un giorno sospeso, non ha la magia della vigilia ed è contaminato dalla mestizia di ferragosto. Giornata grigia d’eccellenza, malinconica come la befana, dolorosa come il compleanno dei 40 anni. Oggi è un dì incerto in cui si ha poco tempo per fare cose e troppo per non farle. Noi dobbiamo aggrappare il camper in un pezzettino di terra sotto il monte e aspettare tempi migliori.
L’esperto camperista muove il dinosauro tra la gente in costume, affianca il ristorantino scoppiettando e segue un uomo storto in maglia blu. Questo sorridente e coriaceo si sbraccia tentando di condurci sotto un ponticello, ma noi siamo altissimi, scrolliamo la schiena curva e barriamo avanzando di pochissimo. Il galoppino ride e la faccia gli sparisce tra un milione di rughe, di lui rimane solo un puntino rognoso e scuro.
Ci sistemiamo, la piazzola è brulla e siamo circondati da italiani.
«Vorremmo…» l’esperto camperista sonda l’uomo in blu «in un secondo momento spostarci verso il mare, possiamo?» Dal grumo grinzoso escono scoppiettando poche parole «Quando libero, tu sposta», dice allargando le braccia e completando il tutto con uno scrollone di spalle decisamente accentuato.
La sera ci raggiunge veloce, sembra d’avere oro tutto attorno, le rocce riflettono i raggi rossi dell’ultimo sole e i rumori sono quieti, mi ricordano quelli di mia madre intenta a lavare i piatti mentre mio padre dorme e le scodelle cozzano leggermente e in sottofondo la televisione è solo un brusio. C’è poesia. Ci sono anche moscerini, tanti moscerini, tutti attorno alla nostra lampada. L’esperto camperista ha una soluzione per tutto, si batte la mano sulla testa, ci penso io afferma categorico. Lo vedo frugare in una antina, mi chiedo se abbia intenzione di frustare gli insettini uno a uno, perseguitandoli con un cordino. Srotola invece un nastro marrone di carta moschicida, non la vedevo da almeno vent’anni. La incolla alla plafoniera e la fa scendere fino a 10 centimetri dal pianale. Ci si attacca subito avvolgendosi braccio e collo. È catturato, si dimena per liberarsi e la colla gli tira la pelle lasciando delle spesse tracce giallastre. Forse la carta moschicida non è stata una buona idea. L’esperto camperista è ancora invischiato, il nastro è sfuggito al suo controllo e lo abbraccia. I capelli ne risentono e io rido.

Al mattino come sciacalli andiamo a ispezionare la spiaggia per vedere se si è liberato qualche posto in riva al mare. CI teniamo molto. Lo troviamo. Come è possibile? L’improvvisa botta di culo mi sconcerta, probabilmente è una fortuna che ci siamo meritati. Oramai nulla ci separa dall’acqua. Ci muniamo di coraggio, forza e buona lena e iniziamo a gonfiare l’isola galleggiante 3 metri per 4. Comprende: 2 lettini, area food con borsa frigo, zona salottino con piscinetta, appositi scomparti per sistemare i cocktails e tendalino ricurvo per mantenere sempre una zona in ombra. È una mostruosità. Un monumento molle e opulento. L’esperto camperista ben saldo su due gambette secche e bianche spinge con vigore la pompa e sbuffa. Piega le ginocchia, dilata le guance, asciuga il sudore, bestemmia e osserva la stanza galleggiante rimanere sempre uguale, rasa al suolo. Mi guarda disperato, mormora non finirà mai e sposta il suo malumore oltre l’orizzonte. 7 camere, 7 fottutissime camere deve gonfiare. Sono sette, sono alla prima. Ripete parlando ai suoi piedi dopo trenta minuti di sforzo sotto il sole di mezzogiorno. Attorno a lui si raduna un capannello di turisti curiosi, lo scrutano e lo additano come fanno i vecchi davanti ai cantieri. Ognuno ha una opinione diversa su come svolgere l’arduo mestiere. Altri si avvicinano, danno rapidi consigli, alcuni si complimentano. I più socievoli offrono dell’acqua. Tutti attendono che la meraviglia venga alla luce. Una famiglia di Neocatecumeni di ritorno da un pellegrinaggio a Medjugorje decide di aiutarci a compiere il miracolo, tre dei loro innumerevoli figli danno il cambio all’esperto camperista che immediatamente si accascia su un masso appuntito. Verso le quattro del pomeriggio l’appartamento marino è pronto per essere varato.
«MANCA!», afferma stravolto l’esperto camperista. Rovista nel cassone, prende metri di cordino e punta verso le rocce a valle. Torna dopo un po’ trascinando un pezzo di litorale, una pietra grande come una colonna gotica. Il novello Sisifo ara l’asfalto e gli occhi sono tutti puntati su di lui. «Ecco l’ancora.» Latra. Ora è pago. Imbraga il macigno e valuta la portanza della canoa. Ci starebbe un applauso. Monta in fretta il kajak elaborato, ha predisposto un’asta (avvolta da cordini) con attaccato un motore elettrico a sua volta collegato a una batteria da macchina. Lo stupore della folla si fa rumoroso. Aggancia il pietrone alla canoa, la canoa al gonfiabile, il gonfiabile a mia figlia e prende il largo. Prenderebbe il largo. Inizia a girare in tondo facendo una fatica pazzesca, qualcosa non funziona. Scende, sposta Rebecca, cambia i nodi, da uno schiaffo all’ancora e riparte. Questa volta zigzaga, evita il molo e trova il mare aperto. Finalmente ci siamo. Io li raggiungo a nuoto. Mi sento in vacanza. Una sensazione che dura all’incirca cinque minuti, salire sul maxi materassino è impossibile una volta che si è in acqua. Mi sbuccio, mi vengono i crampi alle mani e sconfitta nuoto senza sosta per quasi 2 ore. Guardo l’orizzonte e se non fosse per la disidratazione mi scenderebbe una lacrima. «Ti metterò dei cordini ai quali aggrapparti», questo mi dice l’esperto camperista. Di lacrime me ne scendono due.
I giorni che seguono sono fatti di anguria, maschera e boccaglio, sole, acqua ghiacciata e sale. Mia figlia sta mutando in una sirena, io in un pesce e l’esperto camperista in una strana creatura rossa e bianca. Ha sbagliato a darsi la protezione solare ed è diventato a pois: un ginocchio rosso e uno no, una spalla bruciata e un braccio bianco, un tettino arancio e uno trasparente. Appena entra in mare ulula. Probabilmente si sta trasformando.
Nel bene e nel male ci conoscono tutti. Rebecca è stata adottata da una coppia prossima alla pensione, quelli del ristorante ci danno gli avanzi per pescare e l’esperto camperista viene chiamato AMMMOREEE dalla cameriera. Glielo abbaia anche da lontano, appena lo incrocia lo abbraccia e i commensali approvano.  Sembrano fatti l’uno per l’altra.
Mia figlia ha trovato due bimbe di Roma con cui giocare, stanno sul bagnasciuga e si divertono a cercare i sassi più grandi. Questa mania per i sassi grandi mi dà da pensare. Io sono seduta sulla seggiola, le gambe a penzoloni nel mare e leggo senza sosta, gustandomi ogni secondo della ritrovata libertà. Talvolta cambia il vento e il profumo della salsedine è sostituito da quello delle grigliate, della legna che brucia e del buon vino. In questo campeggio mangiare è una cosa seria. L’esperto camperista è invece ritto sul molo con la sua canna, stagliato contro il sole non è più un uomo ma solo un’ombra sottile e bruna, viene da pensare che possa svanire dietro una nube e non esserci più. Lo porterà via il temporale.
Alzo le braccia, stendo le dita una a una e faccio entrare tutta la Croazia sotto la mia pelle.
Accade tutto in un attimo: un grido fende l’aria e si propaga svelto appoggiandosi su ogni millimetro del mia corpo, è un strillo pungente. Qualcosa di cattivo, dolore. È Rebecca che si dispera. Esce dall’acqua, ha la gamba tutta rossa, le altre ragazzine piangono. Mi fa male il polso, mi ha preso la schiena, brucia… dicono. «Mi ha preso tutta.» Afferma Rebecca. Dal sedere al ginocchio ha una serie confusa di segni, rami che si intrecciano e si allungano. Un disegno scarlatto che ricorda un albero di ciliegio. Un ciliegio in fiore, in mare. Qualcosa di impossibile. Considero confusa. L’ustione si estende a tratti sul petto e sulle spalle.
«È stata quell’erba spessa sotto la pietra, mamma. Era viva, mamma.»
Un anemone. Il solito gruppetto di persone ci raggiunge. Un uomo invaso dalla sua barba dice all’esperto camperista di pisciare sopra la ferita. Mia figlia lo ammonisce orripilata, più irrigidita da quell’eventualità che dalla sofferenza. Un donnone con i seni più grandi della sua testa ci consiglia di coprirla di sassi, altri di metterci la nivea, di ributtarla in mare o di usare il ghiaccio. Amuchina, ansima una anziana a distanza. Il cuoco, maschio pratico, d’adipe e villoso, ci raggiunge con metà pomodoro e imbratta tutte le piccine. La cameriera starnazza «AMMMOREEE.»
Faccio stendere Rebecca a pancia in giù e valuto i danni. Lei ha gli occhi lucidi ma resiste. È un pessimo momento, il momento perfetto per rispondere a una telefonata di mia madre. È subito panico. «Provocano attacchi cardiaci nei bambini, andate all’ospedale, fatelo, fallo, come sta? Va meglio? Va peggio? L’ospedale ricordati…» Non riesco a immettermi nella conversazione, la chiudo, controllo in internet le informazioni su aggressioni di anemoni e chiedo alla famiglia romana di darci un passaggio al pronto soccorso. Accettano di buon grado, il padre ingolla l’ultimo boccone di risotto agli scampi, infila le ciabatte e ci conduce alla macchina. Il “nonno temporaneo” gli spiega la strada, è preoccupato, si offre di farci da guida con lo scooter, ma il nostro pilota si batte una mano sul petto e lo rassicura. «Ho capito tutto.»
Ci perdiamo. Arrampichiamo sopra salite che avrebbero bisogno di picchetti, rifacciamo rotonde su rotonde e incrociamo più volte un gruppo di autostoppisti che ci maledice. Il guidatore è un uomo basso, tonico ma con il ventre gonfio, gli occhi neri e i capelli radi ma saldi sulla testa. Fa il calzolaio e ha le nocche piccole e rovinate, dice lui. Ripassa mentalmente le indicazioni che gli sono state offerte, adocchia una croce verde e con un certo sollievo ci fa scendere per andare a parcheggiare all’ombra. La giornata è infernale. Mano nella mano, formando una cordata, io, Rebecca e le sue due amiche ci dirigiamo verso l’ingresso dell’ambulatorio. Ci blocca una scritta in grassetto “ORTOPEDINSKJ”. Notiamo che in vetrina, sono disposti ordinatamente plantari e gomitiere. Pare ci sia anche uno sconto temporaneo del 40%. Un affare. È un negozio. Un maledetto negozio. Ci arrendiamo chiediamo aiuto e recuperiamo una pianta della città. Dopo venti minuti siamo di fronte all’ingresso della clinica. Non mi è ben chiaro se sia un ospedale o un ospizio. C’è un silenzio irreale, donnine con il deambulatore sedute sulle panchine e nessun personale medico. Inseguo un uomo con la faccia e la valigetta da dottore. Mi indica distrattamente di tornare indietro. Alle mie spalle c’è un’unica porta. Busso. Niente. Busso ancora. Nemmeno un segno. Riprovo. Nulla. Stiamo per andare via, desidero rintracciare il tipo con la ventiquattrore e fargli dei gestacci, quando la porta si apre. Ne esce una dottoressa che ne ha come minimo ingoiate altre tre. Probabilmente stava digerendo. Parla solo tedesco è alta come l’Everest e priva di lineamenti. In qualche modo riusciamo a portare a termine la visita, riempie mia figlia di antistaminici e mi fa dieci euro di sconto. Ha svuotato tre portafogli e non ha il resto. Bene. La situazione sembra calmarsi. «Una scappata in farmacia e tante coccole.» Rassicuro ingenuamente Rebecca. Inizia a piovere, dal bitume l’aria risorge compatta e ci avvolge facendoci sentire più bassi. Non vedo l’ora di essere in macchina per farmi del male con l’aria condizionata. Corriamo. Il ciabattino ci aspetta in piedi, sorridente, è una brava persona. Siamo tutti euforici, lo scampato pericolo ci ha ridato vigore. Le ragazze giocano con i propri alluci e io mi accomodo sul sedile e mi abbandono al suo morbido abbraccio. Il romano gira la chiave nel cruscotto, clic. Riprova, clic e clic e clic. L’automobile non parte. La batteria è andata. Troppa aria condizionata, lui ne è certo. Chiude la radio, apre le portiere e gira la chiave, clic.
«Aspettiamo un po’, che così la batteria si ricarica.» Si batte la mano sul petto. Ha capito tutto. Mi sta pigliando per i fondelli? Faccio finta di niente, provo ad andare a ritirare qualche soldo a un bancomat che ovviamente non funziona, passeggio e mi manca il fiato. L’umidità è al 100%. Sono passati circa quindici minuti, il padre di famiglia mi chiama e riprova ad avviare la sua berlina. Clic. Clic. Clic. Dannazione. Attaccati a una ventosa ci sono due smartphone, non funzionanti. Il mio è rimasto in carica in camper. Siamo isolati e nella merda. Trascorre un tempo indefinito. Il ciabattino spera che qualcuno si affianchi alla Rover per avviarla con i cavi. «Sono tutti al mare.» Dico io. Clic. Clic. Clic. Bestemmia in romano. Clic. Clic. Clic. Cede, avvista una pompa di benzina e trotta a chiedere aiuto. Un ometto. Me lo immagino in campagna, con gli zoccoli ai piedi a dirigere le greggi e suonare con le sue tozze dita di fauno melodie antiche. Ci vogliono sei tentativi al cardiopalma prima di risuscitare la vettura.
Nel viaggio di ritorno parliamo di fisco e tasse (mai una gioia), lui guida con una mano sola e frena e accelera senza preavviso. La scogliera è a pochi millimetri da noi e così anche le altre macchine. Ho paura. Artiglio i bordi del sedile e controllo incessantemente lo strapiombo. Come ho potuto non accorgermi prima di questa guida flessibile e deforme? Sorpassa un tedesco e rientra immediatamente per inchiodare prima di un camper austriaco. Compenso. Dico a Rebecca di stare seduta composta e conto ogni singolo chilometro che manca al campeggio. Il camper gira in una stradina e abbiamo di nuovo la visuale libera. L’automobile romba, il calzolaio da gas nonostante difronte a noi, poco distante, ci sia un fuoristrada rosso. «Frena!» Esplodo. Lui fa finta di niente. Si batte la mano sul petto. Ha capito tutto.
Mancano solo 1500 metri.
Arriviamo, bacio la terra sotto i piedi e il mare e il parquet del camper e mia figlia.
Ringrazio.
Ringrazio per il tempo perduto, per l’attesa e per le 100 Kune che mi ha prestato in farmacia.
«Domani facciamo una spaghettata?» Mi chiede.
«Sì, mi farebbe piacere.» Rispondo, ed è vero… ma domani, perché domani è un altro giorno. Oggi no.


mercoledì 24 agosto 2016

VIAGGIO DI ANDATA - Vacanze 2016 - diario di viaggio - tappa 1/3

Quest’anno, complice la mancanza di denaro e il bisogno di assoluto riposo, abbiamo deciso di concederci quindici giorni di vacanza in Croazia, nostro primo amore. Niente di avventuroso, niente di culturale, niente di niente verrebbe da dire.  Solo mare, caldo assassino, odore di scogli bagnati e gente abbronzata che vende pesce fresco e albicocche più che mature. “Niente di niente”, verrebbe proprio da dire così, due settimane fatte di giornate molli come elastici usati e di giorni spesi a rimanere immobili, avvolti in respiri profondi e sedotti da quell’idea di ozio e di sospensione di coscienza che permette di riallinearsi con se stessi e di vivere più a lungo. “Niente di niente” appunto, verrebbe da dire senza alcun dubbio, verrebbe, se non fosse per un dettaglio trascurabile ai più, ma fondamentale per noi: partiamo in camper. Ancora una volta andiamo in camper in Croazia: io, mia figlia e l’esperto camperista, colui che due anni orsono ci aveva condotto generoso e claudicante attraverso una delle più disastrose e bizzarre vacanze mai sperimentate. Da allora dice di essere diventato molto più esperto, anzi un vero esperto. Tutta questa esperienza (noto subito) si riflette anche nella quantità di cose che ha deciso di portarsi dietro e con cui ha stipato tutto il mezzo. Io mi domando: questa volta quante batterie da auto avrà comprato? Due anni fa eravamo arrivati a 6, 7 con quella acquistata a un autogrill sulla scia del “perché non si sa mai”. Ora? Avremo abbastanza energia per dirigere il bestione sulla luna?
Come dicevo, questa volta partiamo preparati. Innanzitutto abbiamo il Tank (confidenzialmente chiamato il trolley della merda) e non saremo più costretti a bizzarre manovre clandestine per svuotare serbatoi maleodoranti. È un grande passo avanti, forse l’unico rilevante. Certo, sono percorsa da un brivido freddo al solo pensiero del primo necessario utilizzo, compiuto in scioltezza tra le piazzole e la brava gente. Ci sono molte cose che mi procurano incertezza quest’anno, l’esperto camperista infatti si è munito di canoa, un kajak giallo canarino nuovo di fiamma. Lo ha modificato con un motore elettrico e con parabordi norvegesi attaccati a bacchi di bamboo. È una imbarcazione di fortuna, tenuta insieme da cordini e speranza. Temo che l’esperto camperista si disperderà in mare e sarà salvato dai delfini o, se fortunato, troverà approdo nella terra delle lumache e lì aspetterà sereno l’inverno. All’esperto camperista piacciono le lumache, va detto.

Oggi abbiamo preparato il camper: borse, borsoni, pinne, maschere, forconi, dieci canne da pesca, ami, amini, ametti, un’isola galleggiante grande come il mio salotto, barbecue a campana, biciclette, esche per calamari, pallone, ventilatore, tavolo, sdraio, seggiolini, materassino, lacci, corde e tiranti, ammennicoli e fantasmi... Sono già stanca. Domani mattina, con 18 ore di ritardo sulla tabella di marcia, partiamo.

Venerdì. La giornata è calda, il cielo sgombro e i negozi sono aperti. Abbiamo ritardato la partenza di qualche altra ora… si sa, le spese dell’ultimo minuto. Sandaletti, altri ami, altri cordini, altro. L’esperto camperista è agitato. Farfuglia cose sconnesse, si alza, si siede, guarda fuori dalla finestra e annuisce soddisfatto. Inforca il vecchio monopattino dei Barbapapà di quando mia figlia aveva 3 anni e inizia a circumnavigare l’isola cucina. Il piede taglia 43 esce dal mezzo e sbatte sul pavimento. L’esperto gira veloce e altrettanto rapidamente ripete a bassa voce la lista delle cose fatte e da fare Pane francese, bigattini, pompa… padella, ahhh la padella… tonno…ma no il tonno lo prendiamo là…
Siamo pronti, saliamo sul camper, ci esplode un’anguria. Bestemmiamo e ritardiamo la partenza di un’altra ora: l’anguria e i suoi semini sono ovunque, sarà un funesto presagio?
L’esperto camperista mi ha assicurato che nulla sfuggirà al suo controllo. Tocco ferro, queste affermazioni così perentorie attirano la sfiga più dell’imminente arrivo della pensione. Ho tutto sotto controllo, così ha detto allargando lentamente il braccio e invitandomi a osservare con maggiore cura il lavoro da lui svolto: cordini ovunque, bisce bianche e nere che avvolgono cose e stritolano e stringono e mettono in sicurezza. Metri di cordini che trasformano il camper in una futuristica tana di ragno. Ne ha altre centinaia di metri nel bagagliaio, per le evenienze. Io ho lo sguardo della vedova nera.

Il motore del vecchio Ford s’agita e romba, sembra parlare ai miei reni di donna afflitta da “quel periodo lì”. Chiudo gli occhi, respiro una boccata di aria calda e sorrido, finalmente siamo usciti dal cancello e abbiamo percorso i nostri primi duecento metri verso le meritate vacanze; ce ne aspettano altri sessantamila.  
Alla prima rotonda, affrontata con coraggio e maestria, il frigorifero si apre vomitando tutto il contenuto nel corridoietto; ai semi di anguria incollati al parquet si aggiungono bucce di cipolla e acini d’uva. Sono tentata di schiacciarne uno, tanto per pareggiare. L’esperto camperista accosta, siamo a un chilometro da casa mia, scende dal mezzo, si sgranchisce le gambe e solerte mi aiuta a sistemare il frigorifero, in mano ha un cordino. L’ennesimo.
Ripartiamo. Sono le 14.30, la giornata continua a essere splendida e infuocata. Imbocchiamo la medesima insidiosa rotonda e la porta del camper si spalanca, esplode come una fucilata e sbarbatta e sembra lasciare entrare tutta Piacenza. Dietro di noi un ciclista bestemmia in dialetto. Sbianco, penso al pericolo scampato e chiudo l’uscio. Sarà un lungo viaggio.

Sono le 21.00. Il mondo vibra, i miei neuroni sono annientati uno a uno e io spero che questa esperienza aiuti anche la mia cellulite. Ora siamo sulle montagne slovene, fuori ci sono solo buio e boschi e finalmente c’è fresco.
«Vieni a vedere che bello! Un daino selvatico, laggiù» urla a mia figlia l’esperto camperista. Ha la voce strozzata dall’euforia. Accelera, non vuole farci perdere la magia di quell’incontro fortuito. Teniamo tutti gli occhi sbarrati, la strada sotto di noi scorre furiosa, in meno di un battito il daino si rivela: maestoso, gigante e di cartone. Indica che a 100 metri c’è un buon ristorante. In effetti ho fame.
Decidiamo di mangiare in camper ma, nonostante la lista, la premura, il piano d’azione e i settecento chili di bagaglio… non abbiamo il coltello. Mordo un salamino e buonanotte.


martedì 8 marzo 2016

DICONO NO

Questa mattina mi sono alzata tardi, ho i capelli incollati alla fronte, gli occhi acquosi e i riflessi lenti. Davanti al supermercato uno sconosciuto mi offre un minuscolo mazzetto di mimose. Sorrido, ringrazio e declino l'offerta. Si avvicina mi incastra i fiori tra le mani, mi bacia sulla bocca e mi palpa il culo. Poi corre via. Deve bruciare.


DICONO NO
Belle, Bellissime, brutte e grasse, vecchie, troppo giovani, con i tatuaggi, i capelli biondi, gli occhi scuri, le cosce grosse, i baffi, i tacchi alti, il naso lungo e l’alluce valgo, la gonna corta, il camice da lavoro, il grembiule e il reggicalze, gli occhiali, un armadio con mille scarpe, una libreria con un trilione di libri, le tette finte, la vagina a lingotto, il tallone screpolato, le ascelle pelose e un sesso diverso, truccate, stanche, madri, nipoti e nonne, puttane, suore e sorelle, vergini o libertine, di giorno, di notte, sotto il sole dell'Africa o tra i cieli grigi del nord, al supermercato, nel letto, davanti ai figli, a casa, a scuola, per strada, nel giardino del cimitero, in piscina e altrove, mute, ubriache, ridanciane, cattive, sciocche, ignoranti, poetesse o ingegneri, nude tra i motori o sotto le stelle, straniere, atletiche, pigre, semplici o complesse, sole, felici, lesbiche, maggiorate, androgine, malate, persone.
Se è no, è NO.

martedì 27 gennaio 2015

La Croce. Di tutti. Di Vera Q.

La nuova opera di Vera Q è venuta alla luce, urlando. Io ho gridato di gioia e scritto la prefazione.


Benvenuta "LA CROCE". 


Di seguito introduzione, sinossi ed estratto dal primo capitolo.


Buona lettura.






Introduzione

di Manuela Paric'

Vera Q. racconta del barbone della porta accanto, del vicino allo sportello del bancomat e del parente che ci siamo dimenticati di andare a trovare dal 1902.
Parla di gente e di popoli.
Ricostruisce leggende gotiche liberando i protagonisti dall'infallibilità dei poteri sovrannaturali.
Storpia le parole e cuce nuovi significati.
Metafore, armi sibilline e sibilanti nelle mani di una donna disillusa.
Il disincanto e la vana, ma inevitabile, ricerca della redenzione sono i temi portanti del libro.
La via della salvezza, la strada verso la felicità e anche la fortuna vengono presentate come il motore immoto che guida l'individuo attraverso la tragedia.
L'autrice non risparmia nessuno, ogni specie condivide la medesima nefasta sorte. Le cose accadono, nascono, maturano e nascondono sempre crude sorprese.
Per Vera Q., l'esistenza è un batterio annidato tra i manicaretti più golosi, come la salmonella. I semplici desideri umani, i grandi obiettivi e i buoni o i cattivi propositi perdono d'autentica direzione, tramutati in inutili momenti di passaggio. Così come è per le consuetudini, le gerarchie sociali e il senso ultimo di noi stessi.
Tutti sogniamo una vita piena di avventura e amore e ricca di soddisfazioni e soldi. Sogniamo, certo, quando riusciamo a dormire. La maggior parte delle volte riposiamo le ossa, ossessionati dal Domani; vessati dai debiti, incancreniti dalle malattie, storditi dal nostro essere uomini e sedotti da sentimenti indomabili. Senza darci per vinti o fingendo di non farlo, perché solo quello abbiamo... solo quello. L'esistere, anche se privo di scopo, è il nostro destino. Una corsa verso l'oblio, una lucina lontana a fare da speranza: questo è la Croce. Di tutti. Per Vera Q.

Sinossi

Quando si segna l'ubicazione di un tesoro su una mappa si annota una X.
Ma se è il Destino ad assegnarla, il Cammino diventa l'Incognita.
Miruna è madre, consacrata alla prole.
Amelia è madre, consacrata alla prole.
E in qualche modo, entrambe sono dipendenti da una sostanza.
Una dal sangue, l'altra dall'eroina.
La prima, a capo di un clan di Notturne, vampire, predatrici della razza umana.
La seconda, dedita alla fuga dal suo mondo lisergico.

La croce racconta il tortuoso percorso di due creature ai margini e della loro caccia al bene più prezioso: la Vita.
Uno scritto morboso, violento. La ricerca di una virgola da mettere sulla propria esistenza, laddove, invece, c'è un definitivo ed inestirpabile punto.

La Croce

1. Notturnia

Prendi la tua Arroganza e intrecciala.
Fanne un robusto cappio.
Forte, vigoroso, tale da reggere la Presunzione che ti contraddistingue.
E impiccati nel Giardino dei Sentimenti, all'albero della Comprensione, arbusto che in te non è mai riuscito a mettere radici.
«Aglio?»
«Funziona» rispose Strigoia. La voce era tagliente. Un fastidioso ronzio affilatissimo.
La femmina asciutta dominava, imperturbabile, la spianata.
E la cocente brezza estiva imprigionava l'esile figura in un caldo amplesso stagnante. Quanto unilaterale.
Dragaica, frattanto, la fissava. E pendeva dalle sue labbra. E si beava di ogni indecifrabile pausa.
Adesso il crepuscolo lambiva i filari. Ripudiava gli ultimi sprazzi di luce, sconfessandoli. Le sagome grigie della pioppaia s’imponevano aspre, e l'odore della notte saliva maestoso dall'umida terra.
Così, Dragaica fece un balzo all'indietro. Una capriola lesta.
E corse al primo albero, arrampicandosi frenetica. Agile, una fanciulla acerba, primaverile.
Arti in movimento, tutto un fremito, per domare il tronco con un abbraccio sgraziato, potente e scomposto. Una sfida muscolare. Nervosa.
«Crocifisso?» domandò di getto alla sorella, con veemenza. Era piena d’anima, e l'intero cosmo era per lei da mungere.
«Ma per favore...»
«Paletto nel cuore? Acqua Santa?»
«Sì al primo, no alla seconda. E niente scampagnate diurne, l'abbronzatura è per la plebe» concluse Strigoia, stringata, stracarica di quel terzo grado petulante. E si voltò verso gli argini del canalone artificiale, vittima soprattutto della calura.
E dunque, si guardò attorno studiando una quercia. Sognante. Cupida di solitudine.
La piccola, la pupetta, era incontenibile. E la pazienza di Strigoia inesistente.
Si arrogò, pertanto, una piccola pausa dall'interrogatorio.
Difatti, aprì le ali e cercò il cielo.
«Se mi lasci sola lo dirò a nostra Madre» miagolò maligna Dragaica. E ondeggiava. Era in cima, in alto, altissimo. Sulla sommità del flessuoso pioppo. Sconfitto, suo.
Strigoia chiuse gli occhi, chiuse le ali e chiuse le braccia al petto.
«Che cosa diavolo vuoi adesso?» ruggì graffiante. Il visetto appuntito.
«Dimmi di loro.» Dragaica si lanciò nel vuoto, lieve, una piuma. Una corrente ascensionale incrociò quel suo planare, cullandola.
Il fossato rigurgitava energia briosa: la frenetica attività degli insetti colmava il silenzio del tramonto, e le rane, a pelo d'acqua, attendevano la preda immerse in uno specchio palustre, un succo verdognolo screziato da oblunghi aloni marroni. E quella tovaglia macchiata di sugo ribolliva.
Oltre, la sterile periferia della città di mare; oltre, la baia; oltre, l'infinito.
«Parlami degli uomini, un'altra volta» insisteva la piccola. Una raffica d'innocenza morbosa.
E Strigoia sorrise, arrendevole.
Respirava la Terra, figlia dei suoi anfratti bui.
Era un parto della Notte. Un'abitante della tenebra. E non desiderava essere altro.
Sicché salutò l'imbrunire, avvolta dall'oscurità. Come di consueto. Come le diceva il suo istinto.
«Caldi, sudati...» replicò vellutata, e l'acquolina l'assalì. Ardente, incontrollabile, matta.
E voleva bere, e voleva dissetarsi, e voleva riempirsi, e zavorrarsi fino a saturazione. E poi dilaniare, e poi strappare, e poi mordere. Ed affondare, tutta, nel rosso. [continua nell'ebook]

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mercoledì 7 gennaio 2015

Parole bambine, vecchi orrori.

7 gennaio 2015

Mia figlia ha sei anni e un'idea semplice e definitiva del bene e del male. Mi osserva e capisce che è una giornata diversa dal solito. Vuole sapere. Chiede e io rispondo. Uso metafore a lei comprensibili e le parole "libertà-religione-scherzo-morte" compongono una fiaba nera, ma ricca di significati e speranza. E' dispiaciuta. Molto. Ci pensa su. E ci ripensa. Quindi trova la sua risposta.
"Mamma io non credo in Dio, Erika sì e Amina ne ha uno diverso. A me non importa. Litighiamo ma poi cambiamo gioco. Credi che questi grandi...dopo oggi...da domani, saranno tutti buoni buonini?"
Le sorrido. Il micio di casa ciondola fino alla poltrona e poi si accascia esausto su un fianco.
"Mi piace ridere mamma, guarda il nostro gatto grasso." Lo indica. "Adesso scoreggia!"
La amo. 
Il futuro non è perduto, mai.

giovedì 28 agosto 2014

Vacanze 2014. Sesta tappa.

Ho deciso di tenere memoria di queste mie prime vacanze in camper. Una memoria sottile come un formaggio fuso e rifuso. Scrivo in fretta, tra una buca e un panino. 

Diario di viaggio:  sesta tappa.

24-25-26-27 agosto 2014

Mancano quattro giorni alla fine delle vacanze: uno di camping e il viaggio. Attraversiamo i paesini lungo la costa, pranziamo in trattorie minuscole nascoste nei vicoli, camminiamo su pietroni lucidi e antichi. Ci godiamo il brutto tempo.

I vicini della piazzola accanto sono Italiani. Parlano allungando le vocali e attenuando le doppie. Ogni sera sistemano il camper come se partissero e poi si mettono a cenare su un tavolino minuscolo e traballante, si sorreggono con le forchette. Stanno gobbi. Mangiano parmigiano e pasta e bevono vino. Il marito parla di quanto ha nuotato, di quanto ha pescato, di quanto è bravo. La moglie non lo ascolta mai, annuisce e guarda il piatto. Forse si amano, penso.
Hanno un bambino magro e con la pancia molle. E’ abbronzato solo in viso e i capelli sembrano cresciuti in un sol colpo. Gioca con Rebecca: le ordina di andare a destra e a sinistra, di fare questo e quello. Io gli avrei già ordinato di andarsene via, ma Rebecca è contenta, le basta avere qualcuno con cui correre. E corrono, saettano lungo il prato inseguendo un gatto.
Il micio
Il micio si fa prendere e viene torturato, accarezzato, amato troppo. Io lo ricompenso con tanto cibo.

Ogni tanto ci portiamo verso la spiaggia, il mare è scuro. Il padre del piccolo dittatore riesce sempre a spaventare l’esperto pescatore, che fiacco nutre i pesci sul molo. Gli arriva alle spalle e, senza salutarlo, inizia a parlare di politica. Si fa domande, risponde e si incoraggia. L’esperto pescatore non pesca niente e rimpiange la solitudine dei fiumi.

La sera cuciniamo il polpo. L’esperto pescatore/camperista lo assaggia quando è ancora duro e gommoso. Impreca, si tocca il dente debole e valuta l’ipotesi di sbarazzarsi di ogni tentacolo. Non ha pazienza. Si sta vendicando, dichiara. Ne ha ben donde, sostengo. Io non lo mangio, decide Rebecca. L’allegra famigliola di italiani bussa, loro il polipo lo vogliono. Glielo diamo, vinti.

Il polpo
Il giorno dopo Rebecca sta male, rigurgita bile nel cestino della frutta. (Per fortuna non è colpa del polpo, sarebbe stato un ulteriore smacco.) Passo la giornata a pulire e a guardare cartoni animati di conigli rosa e saltellanti. Il bambino italiano osserva mia figlia da oltre la zanzariera e non si dà pace. Mosso da compassione, l’esperto camperista rintraccia il gattino-troppo-buono e lo porta in cuccetta. Il micio si arrotola tra la sua coda e il braccio di Rebecca. Si addormentano. Mi addormento. L’esperto camperista dorme. Con le prime luci dell’alba giunge un grido. È l’esperto camperista folgorato sulla via di Damasco da un merdone di proporzioni bibliche che il piccolo-minuto-dolce-micetto gli ha piazzato proprio sotto il naso. Come era logico. L’esperto camperista si tira in piedi, barcolla, non capisce nulla. Ha la bocca impastata e il fiato barricato. Bestemmia, non sa che fare e quel che fa, lo fa male. Arrotola il tappeto annientando ogni possibilità di pulirlo, incenerisce il gatto con un uno sguardo e quasi piange.
Deve assolutamente rimettersi a dormire, dico tra me e me. Prendo un sacco della spazzatura, ci infilo il tappeto, prendo anche il gatto e porto entrambi fuori dalla portata dell’esperto camperista. Appena sono da sola rido e una parte di me si congratula con il minuscolo felino.
Sono le 6.00 e un tedesco sta nuotando come se non ci fosse un domani. Io sbadiglio e me ne vergogno. Solo un po’.

L’"incidente" fecale è stato fatale, cambiamo campeggio inseguendo il temporale.
Giardino zen
Appostato sul nuovo lido, solo e triste, l’esperto camperista compone giardini zen per ritrovare quell’equilibrio che non ha mai avuto. Si ferisce uno stinco e tutto pare tornare alla normalità.

Tra la scogliera è il mare c’è un piccolo spiazzo in pianura, un palchetto artificiale costruito per le schiene dei turisti più esigenti. Lì, due individui stanno suonando. Sono un uomo e una donna sui cinquant'anni. Lui ha in grembo una chitarra, indossa una maglia celeste con un simbolo indiano sbiadito impresso sul davanti. Ha pochi capelli, quasi tutti sui lati. Lei è una donna ordinata, stretta in pantaloncini color mattone e camicetta bianca. Sul naso spicca un paio di occhialini severi. Abbraccia una fisarmonica. Sono seduti su sedie rosse e di legno. Di fronte a loro un leggio sottile offre un walzer triste. Il mare gorgoglia e in questo campeggio vuoto si sta per raccontare una storia. Sembra di essere in un film di Kusturica, attendo che un vecchio gitano con un dente solo ruzzoli dall'alto e inizi ballare con le ginocchia alzate. E anche il gomito. Arriva invece un cieco. Ha la barba bianca come il suo bastone. Tiene il tempo.
I suonatori
L’arancio della sua camicia hawaiana mi mette allegria.
L’uomo che suona segue lo spartito tenendo il naso all’insù e più muove le dita sulle corde, più il naso gli diventa rosso e le guance pure. Ha le mani pallide, sembrano mani importanti.
Piano piano simili a granelli di polvere i capeggiatori appaiono e si spargono tra i massi. Stanno in piedi, rigidi ma non indifferenti. Le orecchie tese e negli occhi la speranza che con la musica arrivi anche il sole. Le note vibrano e le teste oscillano. Siamo in ogni tempo. Non è né giorno, né notte. Ammassati tra gli scogli sembriamo dei fantasmi, dei riflessi. “I cattivi non esistono”, mi ha detto una volta un’amica e in questi momenti lo credo davvero. Siamo solo uomini abituati a diverse penombre, incastrati in questa vita indifferente. Rebecca prende un foglio, si mette a terra vicino ai due musicisti e disegna. Credo abbia capito tutto.
Il grigio del cielo sembra quasi metallo. Un coltello d'acciaio. Le nuvole iniziano a buttar giù gocce, piccole e pungenti. Nessuno si muove. Il ritmo aumenta, la melodia si interrompe e i piedi dei musici diventano dei tamburi.  Mi sento primitiva, stranamente felice. La musica avvolge ogni cosa, coperta discreta e calda. Esonda sulla nostra pelle. Una ragazza giunge correndo e inizia a danzare, ruota su se stessa, salta. I capelli le coprono il volto e le braccia si allungano a richiamare la terra.  E’ bello vederla ballare, non so se riuscirò mai a essere così libera. Con lei le note precipitano, si accavallano e si inseguono, veloci. Una corsa allegra e disperata. La donna della fisarmonica si alza, si mette un paio di  occhiali neri da rock star anni 80 e chiede all'esperto campersita di scattarle una fotografia. Sorride e suona. Non sa ancora che verrà con la testa mozzata. Un cane enorme, ricoperto di macchie, sfreccia tra i villeggianti. Avanti e indietro. Le orecchie rimbalzano e il muso sembra fatto di solo naso, morbido e nero. La canzone si fa delicata e il cane piscia.
Lo stinco dell'esperto camperista

Io rifletto su come queste vacanze pigre e ignoranti siano state scandite dalle condizioni meteo. Mi sento vicino agli uomini preistorici e arranco, con clava alla mano, per raggiungere la mia grotta. Il camper, manco a dirlo, è nell’occhio del ciclone. Una scure plumbea di corrente e gelo si è abbattuta su di noi.
L’esperto camperista ci rassicura: “Non ci ribalteremo!”. Ora sì che sono preoccupata. I legni scricchiolano e le sospensioni sobbalzano. Il camper è un tagadà. Per tranquillizzarci, l’esperto camperista gioca con la porta, la sfida. La apre e combatte con il bicipite d’aria che prova a schiacciarlo. Non respira. Mugula, ha il polmone compresso dalle raffiche. Vorrebbe smettere ma l’alluce gli si incastra in una guarnizione e attende rischiando di soffocare. Il vento infuria, non so quale titano abbiamo fatto arrabbiare. Ora cominciamo a parlarci ad alta voce, il resto ce lo dice la natura.
– Facciamo un esempio di fisica…– L’esperto camperista prende una scatola di biscotti, la ribalta e un centinaio di briciole tracimano sul parquet.
– Facciamo finta che questa scatola sia il camper. Vedete questo punto qui? – Ci indica un fiore di vaniglia al centro del parallelepipedo.
– Questo è il baricentro…– Vomita una spiegazione scientifica sui generis e io immagino di essere in un film. Mi vedo con gli occhi dello spettatore da salotto e lo sento dire “Uscite dal quel cazzo di camper! Cretini!”  
Do ascolto allo spettatore da salotto, ingabbio Rebecca in un k-way di 4 taglie più grande e mi porto dentro la tormenta. Fatichiamo a stare in piedi. Non so come si chiami questo ventaccio, se non è la Bora deve essere un suo fratello gemello. Tengo stretta la mano di mia figlia, lei vola. Ha molta paura. Gli alberi si piegano, alcune tende si librano tra le fronde e la spuma del mare ci bagna il viso. Davanti a noi una roulotte tonda e vecchia sibila. Mi ricorda una fisarmonica. Mi chiedo se i due cantori stiano già dormendo o se stiano prendendo appunti per una nuova ballata. Rebecca sussulta, io la stringo forte e insieme avanziamo in questa nuova avventura.

L’aria gira tra le ruote, si infila tra i pannelli, si arrabbia e percuote i finestrini. Come una guerriera vichinga sfonda gli oblò e prova a conquistarci. E’ tutto un boato, uno spingi e trema. Nessuno di noi dormirà fino all'alba.

domenica 24 agosto 2014

Vacanze 2014. Quinta tappa.

Ho deciso di tenere memoria di queste mie prime vacanze in camper. Una memoria sottile come un formaggio fuso e rifuso. Scrivo in fretta, tra una buca e un panino. 

Diario di viaggio:  quinta tappa.

22-23 agosto 2014


Il nuovo campeggio è verde, semi-montano, con servizi di lusso e puzza. Il vento schiaffeggia tutta la costa e la spiaggia fatta di sassi resiste a stento alla sua violenza. Da queste parti la sabbia sarebbe una disperazione. Rebecca e il camperista esperto decidono di esplorare un boschetto sulla sommità di una piccola collina, accanto a mezzi lunghi più di 7 metri e lussuosi come la casa di uno sceicco. A dire il vero ho cercato qualcuno con il turbante steso al sole. 
Vista da camper
Tornano dopo 2 ore, hanno dei sorrisi giganti a dividergli il volto e nascondono qualcosa dietro al camper.
Mi guardano, li guardo. Gongolano, non gongolo.

«Glielo diciamo alla mamma?» Squittisce Rebecca
«Glielo facciamo vedere!» Sentenzia l’esperto.

Mi obbligano a tenere gli occhi chiusi e mi trascinano fuori.

«Mmmhh che buone…»

Sento l'esperto camperista masticare. Rebecca, entusiasta, si aggrappa al mio vestito e quasi rimango nuda. Apro di scatto gli occhi. Tre secchi colmi di mandorle giacciono a terra.

«Sono mandorle.», affermano.
«Prendine una.», dicono.
«Ce ne sono tante!», gridano.
«Sono velenose mandorle amare.», sussurro.
«Come velenose?», frinisce Rebecca con la voce strozzata e il terrore che l’attraversa.
«Quanto velenose?» Chiede l’esperto camperista tenendosi la mano sullo stomaco.
« Abbastanza velenose.» Alimento la suspence.

Rebecca inizia a piangere, dichiara di averne mangiate tre e ulula avvertendomi che non desidera morire, che è troppo presto. La consolo come solo una madre può. Le dico che ne ha mangiate il limite consentito e la bacio in fronte, sulle guance e sulle manine sudate. Intanto l’esperto camperista si fa sempre più pallido.

«Io ne ho ingerite sei.» Si sbottona finalmente. 
«SEI sono troppe, vero? SEI sono letali? Dove sarà un ospedale?» Salmodia goffamente.

Io non rispondo, lo torturo. Lo salva google. Da interminabili sedute in bagno non lo salva nessuno.

Risalendo
Appena giunti al nuovo camping si ripresenta il problema dei liquami. Non riusciamo a sbarazzarcene nel modo consueto (rivelerò le modalità di scarico solo tramite messaggio privato), stiamo facendo la figura dei coglioni! Ciò nonostante questa ennesima occasione mi ha dato modo di scoprire qualcosa di nuovo. Sono seduta su un muretto accanto ai bagni. Il sole delle 17 illumina la ghiaia e i muretti, ricoprendoli d’oro. Le fronde degli alberi sono stranamente immobili e i rumori attutiti dai miei pensieri. Tre uomini con un trolley di plastica attendono sul piazzale. Hanno addosso l’impazienza mista alla rassegnazione tipica dei pendolari.
Dove stanno andando?
Non ho una risposta. I loro trolley si assomigliano, hanno colori autunnali e linee pratiche. Un quarto uomo raggiunge i tre viaggiatori trainando un valigiotto verde marcio e li saluta complice.
Qui c’è del movimento!
Controllo a destra e poi a sinistra. Nessun binario, treno, controllore. Eppure i tre stazionano, ordinatamente. Sempre più curiosa e poco discreta inizio a stazionare anche io. Finalmente il primo della fila si muove, con un cenno del capo si congeda e si dirige verso la botola degli scarichi e lì svuota il suo trolley. DAMN’T! Non contiene vestiti. La cosa mi illumina e mi disgusta. So già cosa regalare all'esperto camperista per Natale.

La sera ritorna il freddo. Come chiocciole ci rintaniamo nella nostra minuscola casa e ci dedichiamo alle piccole routine. L’esperto camperista prepara le lenze: sbatte la testa contro antine, spigoli, scalette, si punge con ami e coltellini, sanguina. L’esperto camperista è un uomo magro, anche troppo. Ha le occhiaia e non sta mai fermo. Saltella, si scuote manco avesse addosso le mosche e dimentica quel che sta facendo. Sono preoccupata per lui, si sta annientando. Non ce la farà a resistere a queste vacanze.
Rebecca e io fatichiamo a prendere sonno, siamo circondate da tende e tendine e per ogni tenda e tendina c’è un uomo che russa. Stanno dialogando, chi con fare interrogativo, chi fischiando, chi grugnendo.
Ora esco e dirigo l’orchestra!
Non faccio in tempo, arriva la fine del mondo. Il firmamento si spalanca, un lampo imbianca e un fulmine colpisce la montagna. Il boato è assordante, continuo e spaventoso. Io, nota ottimista, come sempre aspetto che un grande macigno ci schiacci rotolando a valle. Non accade nemmeno questa volta, per fortuna. Il tendalino ondeggia con forza e il camper lo segue. Stiamo ballando. La gente che russa ora borbotta. La pioggia si impadronisce di tutto. Provo a dormire con una preghiera stretta in pugno: “fa che l’esperto camperista non esca sotto il diluvio” Rimarrebbe (è certo) immediatamente folgorato.

Dal bar
Al mattino la terra è ancora bagnata, l’odore di umido ha attecchito sugli asciugamani e una decina di persone stanno liberando le tende da litri d’acqua in eccesso. Tutti sembrano stanchi.
Rebecca fa amicizia con una bimba italiana. L’esperto camperista fa amicizia con un esperto sciatore. Io faccio amicizia con il barista. Siamo tutti contenti. Scopro che un vero salto sulla neve deve essere affrontato tenendo gli sci perfettamente inclinati di 48 gradi (???) e che si pesca di più con la carta stagnola che con i vermi. Ordino da bere e mi immergo in me stessa.

Verso le 15 l’esperto pescatore (ex esperto camperista) claudica fino al molo. I bimbi lo seguono come topi. Insieme si mettono a dare la caccia al cacciabile: pesci, polpi, conchiglie. Io rimango sdraiata sotto il sole. Li osservo senza voglia, una palpebra alzata e una no. Si muovono traballanti sugli scogli e scrutano ogni anfratto. L’esperto pescatore cade, è ormai ridotto a un mucchietto di stiracchiate cartilagini senzienti. Io sono felice (che stronza!), sto accumulando appunti su appunti per il nuovo libro. Lui è Bembo.

In questa vacanza i polipi sono degli sfortunati protagonisti.
Dopo quasi due ore di battuta serrata l’esperto cacciatore agguanta un tentacolo. Da sotto  un pietrone bagnato emerge una piovra grande e grigia.  L’esperto pescatore la lancia sull'asfalto. L’animale si difende e spruzza inchiostro ovunque. L’esperto pescatore è nero. La bestia prova a fuggire reggendosi sui tentacoli, sembra fatta da mille serpenti. Mi ricorda la dea Kalì. Un croato le si avvicina e inizia a prenderla a calci. Uno, due, tre calci. Sono tutti  dei barbari. Mi alzo, voglio salvare la creatura. Non faccio in tempo. Sotto gli occhi di mia figlia la piovra viene freddata con una sassata in testa. Rebecca strilla, è disperata. Io squadro con odio l’esperto pescatore.


«Pensavo che poi lo liberassi, il polpo», abbaia la piccina indicando l’esperto pescatore. Il ditino accusatore minaccia più di mille parole. 
«Mi avevi detto che volevi mangiarlo.» Si difende l’esperto pescatore.
«Non te l’avrei fatto vedere, se lo avessi saputo.» Insiste la piccina.


I bagnanti si zittiscono e il molo si trasforma in un palcoscenico. I due protagonisti si rimbeccano a lungo e si scopre che il colpo da maestro dell’esperto pescatore è stato in realtà un colpo di culo di una bimba di 5 anni. Lui ne va comunque fiero. Forse lo perdono, la foga e la noia hanno guidato la sua mano. Amen.

Ceniamo con poco e chiacchieriamo fino a tardi. Verso l’una di notte inizio a passeggiare lungo le viuzze che tagliano il campeggio. In lontananza sento il rumore dei marosi. Ci sono i grilli, instancabili. Ci sono anche le stelle. Accanto alle tende stanno allineate coppie di ciabatte. Cammino tra gente che dorme e che lascia le scarpe sul prato. Considero le vite di tutti. Penso che siamo compagni in questo luogo-non-luogo, accomunati da poco e divisi dal linguaggio. Avanzo, una brezza fresca mi copre le spalle, un gatto mi raggiunge. Vorrei rimanere così, a vagabondare fino all'alba.